Ci sono domande che ti inseguono per anni: che cosa significa essere vecchio?
Che cosa significa essere vecchio e vedere le persone più giovani che ti vengono a trovare, ti chiedono della tua musica, della tua storia di vita, e negli anni diventano compagni con un vecchio come te?
Andrea Sacco spegne la tv, la grande carceriera della solitudine dei vecchi, e comincia a raccontare, magari proprio a me: mo ti devo raccontare un fatto, comincia sempre così… e poi finiamo sempre a cantare, perché c’è sempre un canto e una musica per ogni racconto, e viceversa, nelle culture orali che ci hanno preceduto.
Noi delle città dei tempi di oggi questa cosa non lo sappiamo cosa voglia dire.
Uccio racconta. A tavola il vino del suo campo, e la Cetta sua moglie lava le verdure del campo suo e mette a tavola per questi strani ospiti più giovani che fanno e pensano cose molto diverse da quelle che fanno e pensano loro. Poi miracolosamente ci facciamo insieme una cantata e una suonata, e Uccio chiede: perché non ti sposi, metti su una famiglia, un lavoro serio, fai il mondo tuo???
Nelle città dei tempi di oggi non abbiamo da rispondere. Nel mezzo tra noi e loro, tra le generazioni dei contadini e la nostra, sono passate tante cose, è arrivato il progresso, la rete dei pescatori è oggi il web che fa fidanzare sfortunati umani che chattando neanche si conoscono di persona, diventiamo sensibili e educati, e togliamo via il selvatico - con esso la capacità di sentire la vita senza mediazioni. Sappiamo cos’è l’intercultura e ce ne stiamo rintanati a casa nostra, usciamo solo per consumare, qualsiasi cosa, consumare.
Tra tutte le culture, quella delle città dei tempi d’oggi è la più presuntuosa:
inneggia e grida di diritti umani mentre li calpesta, parla di sensibilità elettive mentre non sa più accogliere l’ospite che arriva a casa sua, vende e compra spettacoli in ogni dove, ma non sa più goderseli perché il piacere non si vende.
La nonna di Francesca che suona con noi e i suoi amici vecchi con cui cantavamo il primo maggio passato, nella campagna di Martano, erano più vivi di noi, e questa in fondo è solo l’ennesima fotografia della sconfitta di una società, di una cultura occidentale, che nell’alienazione di ogni giorno non sa godere, non vive, non sa cantare.
Tra tutte le musiche, la musica popolare è l’unica che non può essere musica senza essere anche cultura, umanità, e porta domande sulla felicità, sulla vecchiaia, sulla bellezza, ma in un bicchiere di vino e pane e pomodoro.
Noi altri siamo in prestito, quando balliamo e suoniamo la musica dei vecchi contadini, che non ci apparterrà mai.
Per rari momenti e quasi per caso possiamo provare quella esperienza dell’essere vivi, interi, uniti, che i nostri nonni vecchi e contadini erano condannati a provare, in quella sofferenza straordinaria di fatiche disumane, e che invece li rendevano umani, umanissimi.
Loro ci stanno lasciando l’eredità di far ballare e fare innamorare come si faceva una volta, con entusiasmo, con semplicità, ma senza dimenticare, e noi abbiamo paura di non esserne all’altezza.
Ci sono ancora per noi tante cose da imparare… |